Questo è il periodo dell’anno in cui i grafologi orientatori sono impegnati a supportare famiglie e studenti nella scelta dell’indirizzo di studio.
Ma quali sono i parametri considerati e cosa distingue un profilo grafologico dalle altre attività che vengono proposte? Generalmente nella scelta dell’indirizzo di studio si considerano i bei voti, la “quantità” di competenze acquisite, o la materia in cui il giovane eccelle o le passioni e gli interessi coltivati (in rari casi, per la verità….). Ma sappiamo che le scelte possono essere compiute anche per contrasto, e allora vengono valutati lo scarso rendimento scolastico o il disinteresse per lo studio, le difficoltà, lo scarso impegno, ecc. La scelta può compiersi anche per comodità logistica, per timore del nuovo, perché così non si lascia l’amico, per il buon nome o perché si ritiene garantisca un futuro professionale, nonostante sia ormai risaputo che ben più del 50% delle professioni che si eserciteranno a partire dal 2030 non sono ancora state inventate.
E allora cosa osservare? La risposta è semplice ma troppo spesso trascurata, poco considerata e quasi derisa, almeno fino a quando non salta agli onori della cronaca: si tratta della dimensione emotivo/affettiva/relazionale che che emerge in maniera significativa proprio dalla scrittura e che raramente viene presa in considerazione in fase di scelta scolastica o universitaria. Il modo in cui ogni ragazzo apprende, infatti, non è frutto esclusivo di abilità intellettive ma la conseguenza degli strumenti affettivo-relazionali con cui queste abilità sono attivate.
Non si impara solo con “la testa” ma anche, se non soprattutto, col cuore e con la relazione: l’apprendimento significativo è scoperta e partecipazione attiva e se non si osserva questa dimensione tipicamente umana si perde di vista il parametro fondamentale per essere e divenire davvero consapevoli di sé e delle proprie scelte.
Le neuroscienze confermano ciò che la grafologia sostiene da sempre: la scrittura manuale è fondamentale per lo sviluppo cognitivo e l’identità personale.
La recente presentazione presso la Fondazione Luigi Einaudi dello studio Le neuroscienze dietro la scrittura: scrittura a mano contro digitazione rappresenta un ulteriore, fondamentale, riconoscimento scientifico dell’importanza della scrittura a mano. Pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Life, quest’ultimo lavoro – frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Neuroscienze del Policlinico universitario Agostino Gemelli e l’Osservatorio Carta, Penna & Digitale – fornisce prove neuroscientifiche incontrovertibili sui benefici della scrittura manuale rispetto alla digitazione. Un’altra raccolta di ricerche curata da Carlo Nofri, è stata pubblicata recentemente da Franco Cesani Editore col titolo Scrittura manuale e digitale: antagonismo o sinergia? In questo volume si leggono i contributi di grafologi, linguisti, psichiatri, storici della scrittura, neuroscienziati e pedagogisti a sostegno dell’importanza e del ruolo della scrittura a mano nello sviluppo culturale della società.
La rivoluzione neuroscientifica della Grafologia
I numerosi studi sull’importanza della scrittura a mano confermano quanto la Grafologia sia stata lungimirante (in ambito grafologico si pubblicano studi sul rapporto tra scrittura e attività cerebrale sin dal 1894). La scrittura manuale coinvolge le regioni del cervello responsabili della pianificazione motoria e le aree coinvolte nell’elaborazione visiva e linguistica, compresa l’area visiva della forma di parola e la corteccia motoria primaria, mentre la digitazione attiva prevalentemente le regioni motorie associate ai movimenti ripetitivi. Non solo: la manoscrittura interviene nello sviluppo del linguaggio al punto da rappresentare l’apice delle competenze linguistiche.
La scienza, infatti, conferma che la scrittura manuale rafforza la memoria e l’apprendimento, favorisce l’articolazione del pensiero e la creatività, stimola il cervello a collegare le attività motorie e i processi cognitivi, rafforza l’identità di chi scrive.
L’intelligenza della mano: quando la scienza incontra la Grafologia
I recenti studi sull’importanza della scrittura a mano, in ambiti che spaziano dalle neuroscienze alla psicologia cognitiva alla Grafologia, stanno portando alla luce scoperte estremamente significative. Tali ricerche non solo fanno risaltare il valore formativo e neurologico del gesto grafico, ma evidenziano in maniera sorprendente quanto la Grafologia abbia precorso i tempi. Questa disciplina ha intuito e analizzato per decenni correlazioni profonde tra il tratto grafico e le dinamiche psicologiche e cognitive dell’individuo, anticipando molte delle conclusioni a cui la scienza moderna sta giungendo solo oggi, armata di strumenti e metodologie avanzate. La mano, con la sua “intelligenza” e la sua complessa interazione con il cervello, si rivela così una finestra privilegiata sulla persona, un ponte concreto dove Grafologia e scoperte scientifiche contemporanee finalmente si incontrano e si rafforzano reciprocamente.
I dati allarmanti che confermano l’urgenza del problema
I numeri emersi dalle ricerche pubblicate dal MIM relative ai Principali dati relativi agli alunni con DSA sono drammatici: dal 2010 al 2023 i disturbi dell’apprendimento degli studenti italiani sono aumentati di più del 500%; i casi di disgrafia hanno visto un aumento di quasi il 300%. Questi dati non rappresentano solo statistiche, né possono essere riconducibili, come spesso si tenta di fare, al fatto che prima del 2010 non vi fossero diagnosi per DSA, ma dimostrano l’esistenza di una vera e propria emergenza educativa che richiede un intervento immediato. Non fosse altro perché si tratta di un trend in continua crescita.
La Grafologia morettiana: pioniera nella comprensione del gesto grafico
Padre Girolamo Moretti aveva anticipato di decenni ciò che oggi la neuroscienze conferma. Il metodo morettiano ha sempre considerato la scrittura come il risultato di un’attività neuromuscolare complessa, in cui ogni segno grafico rivela aspetti profondi della persona e del funzionamento dello scrivente.
La Grafologia morettiana, infatti, non si limita all’analisi della persona, ma offre strumenti preziosi per:
Favorire lo sviluppo armonico delle capacità cognitive
Potenziare l’autostima e l’identità personale attraverso il gesto grafico
Il corsivo: patrimonio culturale e neurobiologico
Gli studi evidenziano l’importanza della scrittura in corsivo, tema centrale nella formazione e nell’analisi grafologica morettiana. Si sono notate significative differenze tra chi utilizza il carattere corsivo rispetto allo stampatello: psicoterapeuti e neurologi segnalano che l’abitudine a forme semplificate di scrittura, come lo stampatello, riduce gli stimoli di produzione linguistica.
La scrittura corsiva rappresenta un patrimonio che va oltre l’aspetto puramente comunicativo e stilistico: è un vero e proprio agente di sviluppo cognitivo e strumento di espressione dell’individualità.
Evidenze scientifiche incontrovertibili
Le ricerche internazionali si moltiplicano confermando l’intuizione grafologica. Lo studio della professoressa Virginia Berninger dell’Università di Washington ha dimostrato come “in termini di costruzione del pensiero e delle idee, c’è un rapporto importante tra cervello e mano”. Altrettanto significativa è la ricerca condotta all’Accademia militare di West Point su un campione di 50 classi: al termine del semestre i dati emersi hanno dimostrato che gli studenti che non hanno lavorato con i mezzi digitali sono risultati del 20% migliori rispetto agli altri.
Nel dibattito tra l’efficienza della scrittura digitale e i benefici cognitivi della scrittura manuale, gli Stati Uniti d’America si sono trovati al centro di un interessante ripensamento. Dopo aver progressivamente ridotto o eliminato l’insegnamento della scrittura a mano, in particolare del corsivo, in favore delle competenze digitali, diversi stati hanno iniziato a invertire la rotta.
A partire dal 2010, con l’introduzione dei Common Core State Standards che minimizzavano il ruolo del corsivo, molti distretti scolastici avevano dato priorità alla digitazione. Tuttavia, le crescenti evidenze scientifiche sui benefici della scrittura a mano – dall’attivazione di specifiche aree cerebrali legate all’apprendimento e alla memoria, al miglioramento della motricità fine e delle capacità di pensiero critico – hanno spinto al cambiamento.
Ad oggi, almeno 22 stati americani hanno reintrodotto o rafforzato l’insegnamento della scrittura a mano, con 14 di essi che lo hanno fatto attraverso normative specifiche. Tra questi, stati come l’Alabama, l’Arkansas, la California, la Florida, la Louisiana, il North Carolina, il Tennessee e il Texas (solo per citarne alcuni) hanno riconosciuto il valore insostituibile del gesto grafico. Si è compreso che, sebbene la digitazione sia fondamentale nell’era digitale, la scrittura a mano offre un tipo di “ginnastica cerebrale” che la tastiera non può replicare, contribuendo a un apprendimento più profondo e a uno sviluppo cognitivo più completo. Questo ritorno alle origini non demonizza il digitale, ma lo riporta nella sua giusta dimensione di strumento complementare, riconoscendo alla mano un ruolo insostituibile nell’intelligenza umana
La battaglia per il futuro dell’educazione
Il recente evento alla Fondazione Einaudi rappresenta un punto di svolta nella consapevolezza dell’importanza della scrittura manuale. Come sottolineato durante il convegno: “la ricchezza multisensoriale della scrittura manuale non va dispersa, ma, al contrario, va integrata alla rapidità e all’innovazione della scrittura digitale”.
Un altro esempio emblematico è il festival Manu Scribere, che si tiene ogni anno a Bologna. Questo appuntamento è diventato un faro per tutti coloro che credono nel potenziale della scrittura a mano, riunendo esperti, studiosi, grafologi e appassionati. Attraverso convegni, laboratori e mostre, Manu Scribere si propone di dimostrare come la scrittura manuale non sia un retaggio del passato, ma uno strumento prezioso per lo sviluppo cognitivo, la creatività e la formazione del pensiero critico, complementare e non antitetico alle nuove tecnologie. L’esistenza di un festival così dedicato sottolinea una crescente consapevolezza collettiva: la mano, con la sua “intelligenza” e la sua capacità di lasciare un segno unico e irripetibile, è un’alleata insostituibile nel percorso di apprendimento e di espressione umana.
L’impegno delle istituzioni
Il riconoscimento istituzionale dell’importanza della scrittura manuale è crescente. È nato recentemente l’intergruppo parlamentare “Scrivere a mano e leggere su carta nell’era del digitale” e lo scorso mese di marzo il MIM ha pubblicato le Nuove indicazioni per la Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione in cui la rivalutazione dell’importanza della scrittura manuale nei curricula scolastici assurge a un ruolo mai visto sinora.
Il ruolo fondamentale della Grafologia nella società contemporanea
In questo scenario, la grafologia morettiana assume un ruolo strategico fondamentale. Non si tratta solo di preservare una tradizione, ma di salvaguardare uno strumento scientifico essenziale per:
Formare adeguatamente gli insegnanti sui benefici della scrittura a mano
Integrare la competenza grafologica nei percorsi educativi
Sensibilizzare le famiglie sull’importanza del gesto grafico per lo sviluppo cognitivo e linguistico dei bambini
Un futuro da scrivere a mano
La grafologia morettiana, forte della sua tradizione secolare e della conferma scientifica contemporanea, si propone come disciplina indispensabile per affrontare le sfide educative del futuro.
Come ricordava Padre Moretti, ogni segno grafico racconta una storia unica e irripetibile. Oggi la scienza conferma che preservare questa unicità significa salvaguardare le capacità cognitive e creative delle future generazioni.
Scopri la Grafologia morettiana
Se questo articolo ha suscitato il tuo interesse per la grafologia e desideri approfondire le straordinarie potenzialità del metodo morettiano, ti invitiamo a unirti alla nostra community.
Approfondimenti e articoli esclusivi: Contenuti curati dai nostri esperti su tematiche specifiche della grafologia, casi studio, analisi di scritture celebri e curiosità per arricchire la tua comprensione della materia.
Iniziative speciali per i soci: Notizie su opportunità dedicate ai membri dell’associazione, come convenzioni, progetti di ricerca collaborativi e incontri riservati.
Novità editoriali: Presentazioni di libri, pubblicazioni e recensioni nel campo della grafologia.
La Grafologia morettiana non è solo una disciplina di studio, ma uno strumento concreto per comprendere e migliorare le potenzialità umane. In un’epoca in cui le neuroscienze confermano l’importanza del gesto grafico, essere aggiornati significa essere al passo con il futuro dell’educazione e della formazione.
15 MARZO 2025 AULA MAGNA DELL’ISTITUTO ALLE STIMATE DI VERONA (accesso da via Don Gaspare Bertoni, 2/a)
INGRESSO GRATUITO CONPARCHEGGIO INTERNO
PROGRAMMA
9.30 – APERTURA LAVORI
9.40 – PIETRO PASTENA: La scienza delle tracce. L’identificazione scientifica dell’autore di un crimine
10.20 – RAFFAELE PORCIATTI: Cesare Lombroso incontra la grafologia
11.00 – IVAN SALVADORI: La grafologia tra criminal profiling e accertamento dei reati
11.40 – BREAK
12.00 – CLAUDIA RICCI con Diego Finato, Renzo Saggion, Sergio Bigolin: Interviste impossibili: Jules Maigret, Sherlock Holmes, Hercule Poirot
12.40 – LIDIA FOGAROLO: Storie di donne che hanno ucciso. Un contributo psicologico e grafologico
13.30-14.45 – PAUSA PRANZO
15.00 – ANNA BARALDI: Puccini e la fanciulla: un dramma della gelosia
15.40 – PIETRO LUCARINI: Psichiatria forense
16.20 – RAFFAELLA SETTE: Non fu per odio né per avidità ma per amore
17.00 – CINZIA ROMAGNOLI: La grafologia e il romanzo giallo: Borgo Lenin
17.40 – CHIUSURA LAVORI
I grafologi sono quegli esperti che lavorano a fianco di psichiatri, detective, RIS, giudici analizzando scritture, carte, inchiostri, confrontando grafie di mani diverse per aiutare gli investigatori a far luce su casi in cui i documenti manoscritti (anonime, assegni, testamenti, pizzini…) rappresentano elementi decisivi per la risoluzione di un caso.Il legame tra la criminalistica, l’investigazione, la narrativa ‘gialla’ (letteraria e cinematografica) e la grafologia è una costante di cui si possono ritrovare innumerevoli esempi.Questo perché la scrittura di un soggetto costituisce una vera e propria impronta, una traccia lasciata dal suo autore e si colloca quindi tra gli strumenti privilegiati dell’indagine e della ricerca indiziaria. L’investigatore e il criminale, antagonisti sulla scena del crimine, ugualmente si servono di questa traccia per ricostruire la verità o, viceversa, per mistificarla. La scrittura è infatti il più personale e raffinato prodotto esterno della psiche umana, ancora oggi imprescindibile veicolo espressivo che porta con sé il ritratto del suo autore: fondamentale, quindi, il lavoro degli esperti grafologi che sanno come decodificare i segnali che sono nel e oltre il messaggio verbale.TRACCE nasce dal desiderio di far uscire da dietro le quinte la scrittura e il lavoro del grafologo forense, la disciplina grafologica e il contributo che essa fornisce alle scienze criminalistiche.Coi grafologi dell’associazione Consulenti Grafologi Morettiani saranno presenti vari professionisti la cui attività ruota intorno al mistero: giallisti, investigatori, sociologi, avvocati, psichiatri.Vi invitiamo quindi a trascorrere una giornata intrigante, ad immergervi nella suspence, nel delitto, nei segreti della mente criminale osservati attraverso la potente lente della manoscrittura.
Cinque incontri on line a cura di Cristiana Dallari, consulente grafologa, specializzata in consulenza per l’età evolutiva e in perizia grafica giudiziaria, che si svolgeranno un martedì al mese a partire dal 10 dicembre 2024
Leggi di più → Esercitazioni tecniche con lo scopo di approfondire specifiche tendenze e particolari orientamenti del comportamento. Le lezioni si svolgeranno il martedì dalle 18 alle 20 con il seguente programma:
Martedì 10 dicembre 2024: Estroversione e introversione
Martedì 14 gennaio 2025: Inibizione e insicurezza
Martedì 18 febbraio 2025: L’aggressività
Martedì 15 aprile 2025: La falsità
Martedì 13 maggio 2025: La forza di volontà
Cristiana Dallari è grafologa specializzata in consulenza per l’età evolutiva e in perizia grafica giudiziaria. Già docente presso il Master di Pedagogia ed Educazione del gesto grafico dell’Università di Urbino, è formatrice presso la Scuola Grafologica Morettiana di Verona, promotrice e curatrice di vari progetti per l’orientamento scolastico in istituti secondari di primo e di secondo grado.
In collaborazione con Spazio divenire APS, l’associazione Consulenti Grafologi Morettiani APS dà vita a un ciclo di quattro incontri dal titolo Oltre le righe, che come tema principale hanno la conoscenza di sé attraverso la grafologia.
L’11 ottobre 2024 si parlerà della Scrittura come specchio dell’anima: un viaggio introspettivo attraverso la grafologia: L’incontro si propone di avvicinare il pubblico alla grafologia offrendo indicazioni pratiche e metodologiche che conducono a una maggiore consapevolezza di sé. Saranno illustrati alcuni dei principi grafologici fondamentali grazie ai quali sarà possibile esplorare i meccanismi che determinano l’attivazione di dinamiche emotive e relazionali. Attraverso l’analisi di vari esempi di scritture, i partecipanti avranno così l’opportunità di osservarsi con uno sguardo nuovo, lo stesso che impareranno a utilizzare per comprendere l’altro da sé.
I prossimi incontri previsti sono:
Venerdì 15 novembre 2024: Un’esplorazione di séattraverso l’analisi dello spazio grafico.
Venerdì 24 gennaio 2025: L’alfabeto dell’amore:come la grafologia può svelare i codici della coppia.
Venerdì 21 febbraio 2025: La tua firma, la tua identità: indagine grafologicasulla firma e sul suo significato simbolico.
Tutti gli incontri si terranno presso la sede di Spazio divenire, Stradella Franche, 18, 37142 Verona.
La letteratura per l’infanzia è un ambito di ricerca e una complessa disciplina di studio a carattere multidisciplinare, che può essere analizzata da prospettive diverse: letterarie, storiche, pedagogiche, antropologiche, sociologiche, psicologiche, e…grafologiche. Il primo “incontro” è con la favola di Pinocchio di cui sarà osservata la rapidità con uno sguardo comparativo a una delle categorie grafologiche morettiane (di Beatrice Zucchelli)
Leonardo Mattioli (1928-1999), allora giovanissimo disegnatore fiorentino, illustrò l’edizione delle “Avventure” dell’editore Vallecchi del 1955
Introduzione
Nata nel ‘700 con un esplicito intento didascalico-istruttivo e moralistico, doveva cioè insegnare il modello ideale di bambino e bambina, la letteratura per l’infanzia subisce una vera e propria rivoluzione in ambito europeo agli inizi del Novecento, sia nella rappresentazione dei personaggi che nelle tematiche e nello stile; i protagonisti diventano autentici e verosimili, non più stereotipati e dicotomici (buono/cattivo), acquisiscono quindi spessore psicologico, mostrano un mondo interiore sfaccettato, ricco di sogni e progetti, pensieri, idee, dubbi e ansie, gioie e dolori e soprattutto si pongono domande. Il punto di vista non è più quello dell’adulto, ma quello del bambino che emerge attraverso i protagonisti mostrando ai piccoli lettori la complessità dell’esistenza e offrendo un’opportunità di crescita umana.
La scrittrice che tra le prime fa sì che avvenga questo grande cambiamento è la svedese Astrid Lindgren (1907-2002): autrice di libri per ragazzi e impegnata nella difesa dei diritti dei bambini e degli animali, è nota per aver scritto Pippi Calzelunghe (1945). I personaggi dei suoi romanzi appaiono interiormente complessi, proprio come i bambini e i ragazzi che la leggono. Attraverso di essi il giovane lettore può cogliere valori e ideali che vengono presentati in maniera sottintesa, mai direttamente spiegati, in modo da permettere la creazione di una morale autonoma e la costruzione di propri orizzonti di senso.
Attraverso gli indizi descrittivi, chi legge coglie il fluire dei pensieri del protagonista e i dialoghi interiori, il modo di agire e di affrontare la vita, di prendere decisioni e di rapportarsi agli altri.
La letteratura di qualità soddisfa i bisogni umani più profondi e, grazie a una molteplicità di punti di vista, in modo pluriprospettico risponde a quelli riguardanti la crescita e la realizzazione personale, il bisogno di conoscere il mondo e la vita (anche) attraverso i sensi.
La scrittura per l’infanzia e l’adolescenza è evocativa, incide profondamente producendo sensazioni, emozioni e riflessioni: dotata di un forte spessore simbolico, agisce nel profondo di chi legge, nutrendo corpo e spirito. E l’uomo è un animale simbolico, per cui la lingua è lo strumento col quale riesce a pensare e a sognare, a costruire ideali e percorsi esistenziali.
Grafologia e letteratura per l’infanzia e l’adolescenza
Com’è noto, la Grafologia studia i complessi messaggi in codice del tracciato grafico, registra l’intera struttura e il comportamento del sistema nervoso centrale e neuromuscolare periferico e rivela le infinite variabili della struttura biotipologica individuale: le più sfumate modalità espressive dell’affettività, della mente, del comportamento sociale e del modo di percepire, rappresentarsi e sentire le cose. Anche il tracciato grafico è una costruzione simbolica che risente del suo stare nello spazio-foglio-vita e anche la Grafologia, come la letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, gode di un carattere multidisciplinare al punto che si arriva a una sempre maggiore comprensione osservandola e studiandola attraverso l’interdisciplinarità.
Proprio per questi aspetti di similarità si pensa di dare inizio ad un ciclo di articoli su Grafologia e letteratura per l’infanzia e l’adolescenza.
La categoria grafologica che, in questa sede, ci interessa approfondire in un’ottica comparativa è quella della rapidità grafica, che studia e analizza l’eccitabilità, la spontaneità, la vivacità psicomotoria, affettiva e mentale[1] e che ci riporta a uno dei protagonisti assoluti della letteratura per l’infanzia: Pinocchio.
2. Pinocchio e… la rapidità
La storia di Pinocchio nasce a puntate sul “Giornale dei bambini”, con il titolo Storia di un burattino (1881-1883), confluite in un unico volume dal titolo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (1883). Pinocchio è la storia di un pezzo di legno che viene scolpito burattino e che per trentasei capitoli dovrà affrontare avventure di ogni genere, incontrando personaggi come Mangiafuoco e il Gatto e la Volpe, muovendosi tra il paese degli Acchiappa-citrulli, l’isola delle Api industriose e il paese dei Balocchi, inghiottito da un pescecane, avvisato più volte dal Grillo parlante ed aiutato dalla Fata Turchina, dopo aver salvato il padre si trasforma infine in un ragazzo in carne ed ossa.
Il suo autore è Carlo Lorenzini (Firenze 1826-1890), noto come Collodi, in onore del paese natale della madre. Di origini popolari, primogenito di dieci figli, gli vengono pagati gli studi dal Marchese presso cui il padre era cuoco. Padre che abbandonerà la numerosa famiglia lasciandola a carico della moglie. Nonostante l’estrazione popolare, Collodi divenne uno dei più grandi intellettuali del suo tempo, giornalista polemico e satirico verso la classe politica dell’epoca, si porrà sempre dalla parte di quel popolo senza voce.
Per comprendere l’innovazione di quest’opera dobbiamo inserirla in quel contesto storico-culturale-linguistico e letterario della seconda metà dell‘800 nel quale “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”: il cui obiettivo era quello di educare le nuove generazioni ai valori della classe dominante. A questo scopo l’industria editoriale dell’Italia postunitaria lavorava vivacemente nella pubblicazione di libri ma soprattutto di manuali scolastici, con rigide caratteristiche atte all’omologazione sociale e alla formazione dell’uomo e del cittadino portatore di ideali modelli umani irreprensibili in qualità morali e civili[1]. Chi avesse tentato di scardinare questa “gabbia del pedagogismo patriottardo e del paternalismo edificante”[2] sarebbe stato destinato alla bocciatura. E’ quello che accade al Giannettino (1876) di Collodi, testo che non viene adottato nelle scuole ma che riesce a creare una crepa in quel solidissimo sistema ideologico e Pinocchio è ormai alle porte.
Esiste un legame inscindibile tra Collodi e questo personaggio della sua opera più famosa: entrambi nati per essere ribelli, con uno spirito ironico e profondamente contestatori.
Pinocchio incarna l’essenza dell’animo dinamico, con la sua voglia di esplorare, capire, giocare, scoprire, andare continuamente e soprattutto correre. Pinocchio corre tutto il tempo, liberamente, fisicamente e metaforicamente lungo i sentieri della vita, il suo è un destino vitale e dinamico.
Corre sfrenatamente, per arrivare o per scappare, sgambetta, si dimena, si divincola. Corre di capitolo in capitolo, per ore, come lepre, cavallo da corsa, capretto, leprottino, cane da caccia, can levriero, capriolo, palla di fucile…
Minuto e solido insieme, nella corsa è insuperabile, «- Dunque, via! E chi più corre, è più bravo! – gridò Pinocchio […] e […] era sempre avanti a tutti: pareva che avesse le ali ai piedi».[3]
Corre non solo in terra ma anche per aria, volando e per mare, nuotando, per chilometri e chilometri.
Corre sin dal principio, dalla sua nascita, infatti «Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare. E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere, perché quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre, e battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva un fracasso, come venti paia di zoccoli da contadini».[4]
E, dopo la prima fuga, il carabiniere che riesce a sbarrargli la corsa acciuffandolo dal naso, pensava «si trattasse di un puledro che avesse levata la mano al padrone»[5], e subito dopo «rimasto libero dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe giù attraverso i campi […] e nella gran furia del correre saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d’acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori».[6]
Pinocchio manifesta da subito la sua natura e afferma: «so che domani, all’alba, voglio andarmene di qui […]; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto di più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi».[7] Collodi mette in risalto la sua indole effervescente: «Pinocchio […] aveva addosso la febbre della curiosità»[8]; descrive i suoi movimenti subitanei: «si divincolava come un’anguilla fuori dell’acqua»[9] o si arrampicava «come uno scoiattolo su per la barba del burattinajo»[10] per ringraziare Mangiafoco di non aver bruciato alcun burattino.
Di nuovo l’urgenza dell’andare, del non fermarsi fisicamente ma anche del non interrompersi per riflettere e non sentire ragioni quando l’ombra del Grillo-parlante lo mette in guardia dagli imbroglioni che vogliono rubargli le monete d’oro.
E difatti l’avventura prosegue con un gran correre per sfuggire agli assassini «Pinocchio, lesto come un lampo […] saltata la siepe della strada, cominciò a fuggire per la campagna. […] Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva più. Allora, vistosi perso, si arrampicò su per il fusto di un altissimo pino» [e poi] non volendo far la fine del piccione arrosto, spiccò un bel salto di vetta all’albero, e via a correre daccapo attraverso ai campi e ai vigneti».[11]
Ormai sfinito, trova nuova energia vedendo in lontananza una casetta bianca «E senza indugiare un minuto, riprese a correre per il bosco a carriera distesa. […] Dopo una corsa disperata di quasi due ore»[12] arriva alla porta di quella casa.
Scampato all’impiccagione e salvato dalla medicina della Fata, Pinocchio riparte per incontrare suo padre e «appena entrato nel bosco, cominciò a correre come un capriolo».[13]
Ignaro del nuovo imbroglio escogitato dal Gatto e la Volpe, camminando «con passo frettoloso»[14] Pinocchio si dirige al Campo dei miracoli. Dopo aver capito che le monete non ci sono più, «preso allora dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò difilato in tribunale».[15]
Dopo quattro mesi viene liberato dal carcere della città di Acchiappa-citrulli nonostante il tempo piovigginoso, Pinocchio «tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo […] correva a salti come un can levriero, e nel correre le pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto».[16]
Poco più avanti «Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capo fitto con una velocità incredibile [il serpente che ostruiva la strada morì dalle risate e] allora Pinocchio ricominciò a correre».[17]
Dopo esser stato cane da guardia e liberato dal suo padrone per dimostrazione di onestà, subito «si pose a scappare attraverso ai campi, e non si fermò un solo minuto».[18]
Mentre si dispera sulla tomba della fatina, un grosso colombo si posa accanto a lui e si offre di accompagnarlo sulla spiaggia del mare dove tre giorni prima aveva lasciato Geppetto «senza stare a dir altro, Pinocchio saltò sulla groppa al colombo e messa una gamba di qui e l’altra di là …] gridò tutto contento – “galoppa, galoppa, cavallino, che mi preme di arrivar presto!…”».[19]
Dopo aver parlato con il delfino che lo informò che Geppetto era stato inghiottito dal pescecane «Prese subito la viottola e cominciò a camminare di un passo svelto; tanto svelto, che pareva quasi che corresse».[20]
Dopo l’incidente del libro lanciato al compagno, Pinocchio sfugge ai carabinieri in questo modo: «raccattò il berretto […] e poi cominciò a correre di gran carriera verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di fucile».[21]
«Ma nel dir così, fece un bel salto e schizzò in mezzo all’acqua. E nuotando allegramente e allontanandosi dalla spiaggia […] e seguitava a nuotare […] fatto sta che in un batter d’occhio si era tanto allontanato che non si vedeva quasi più: ossia, si vedeva solamente sulla superficie del mare un puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le gambe fuori dell’acqua e faceva capriole e salti, come un delfino in vena di buon’umore».[22]
«Raddoppiando di forza e di energia si diè a nuotare verso lo scoglio bianco […]. E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le gambe e coi piedi. […] raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena nella corsa. […] E Pinocchio a nuotar più lesto che mai, e via, e via, e via, come andrebbe una palla di fucile».[23]
Verso la fine del romanzo, quando Pinocchio si avvia verso la trasformazione in ragazzo, non modifica il suo atteggiamento dinamico «E uscito di casa, cominciò a correre tutto allegro e contento».[24]
Pinocchio corre continuamente, in modo incessante, è un gioco di liberazione. Corre all’improvviso, corre quando deve soddisfare un bisogno estremo come la fame. Nella corsa si racchiude tutta la sua esplosione vitale.
Questa sua corsa permanente ha un significato profondo e metaforico: è fuga dalla morte e allo stesso tempo verso di essa, è affermazione di sé, è evoluzione e crescita, trasformazione: Pinocchio corre il più delle volte solo, con se stesso.
La corsa è vertigine, anzi, la corsa a rotta di collo di Pinocchio è una ricerca di vertigine. Si perde la possibilità di frenarsi, l’equilibrio e il controllo sono precari. Il mondo scivola vicino, la percezione è parziale e imprendibile, Pinocchio corre in avanti e il mondo corre all’indietro. Dove c’è vertigine c’è spasmo, questa ricerca inarrestabile ha un aspetto dolorosamente spasmodico, c’è la voglia di uscire da sé, la voglia di far correre l’anima via dal corpo.
La corsa di Pinocchio è spasmo, vertigine, contraddizione, tensione, spinta vitale e trasgressione. Infine Pinocchio non può far altro che correre perché non può percepire la sua vita ferma, statica, chiusa in poche aspettative e brevi orizzonti, è nella sua stessa origine materica, lignea e vegetale che risiede la sua forza vitale.
Ci si può accorgere di come per lui anche la sfera del sentimento sia movimento e il piangere venga declinato con altri verbi che appartengano all’agire, quando piange Pinocchio strilla, batte la testa, si lamenta, raglia, bofonchia, si dispera, compiendo azioni e gesti teatrali.[25]
Questa liberazione di energia, di spontaneità, di azione, di anticonformismo in Pinocchio è paragonabile all’indice di rapidità nella scrittura.
3. I piedi di Pinocchio
I piedi di Pinocchio sono il mezzo che lo rende vivo e inarrestabile e rimandano a caratteristiche somatiche a suo tempo ben evidenziate dal Moretti: «i ragazzi che hanno molta energia finiscono sempre per camminare con la punta, cioè saltellare».[1]
I piedi di Pinocchio sono irriverenti dalla nascita, infatti «Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sentì arrivarsi un calcio sulla punta del naso».[2] Piedi fradici e infreddoliti, piedi che bruciano dopo averli appoggiati «sopra un caldano pieno di brace accesa […] e nel dormire, i piedi che erano di legno gli presero fuoco e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono cenere».[3] Piedi che risorgono rapidamente grazie a Geppetto, tant’è che, dopo la loro distruzione, «in meno d’un’ora, […] erano bell’e fatti; due piedini svelti, asciutti e nervosi, come se fossero modellati da un artista di genio».[4] Piedi stizzosi che rimangono incastrati nella porta della casa della Fata dopo che il burattino «lasciò andare una solennissima pedata nell’uscio della casa. Il colpo fu così forte, che il piede penetrò nel legno fino a mezzo: e quando il burattino si provò a ricavarlo fuori, fu tutta fatica inutile: perché il piede c’era rimasto conficcato dentro, come un chiodo ribadito […]. Dovè passare tutto il resto della notte con un piede in terra e con quell’altro per aria»[5]. Piedi che si fanno zampe d’asino «si piegarono tutti e due carponi a terra [Pinocchio e Lucignolo] e camminando con le mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza»,[6] piedi che scoprono le cose e anticipano ciò che accadrà «e [Pinocchio] nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona […] finché cammina cammina, alla fine arrivò»[7] e finalmente, nel ventre del Pescecane, trovò Geppetto.
4. La rapidità grafica
La rapidità grafica è una categoria che studia ed analizza «i tempi in cui si succedono le fasi antagoniste del ritmo vitale»[8]
Quando la rapidità grafica è sostenuta, si individua Veloce, segno modificante e facente parte del carattere dell’assalto per rapidità dei tempi di reazione: esso è caratterizzato da «un’evidente rapidità del gettito grafico, da semplicità delle forme, assenza di indici di indugio, freno o regressione dei tratti, omogeneità dell’inclinazione, della dimensione, delle larghezze, della pressione»[9] che presenta nello scrivente una prontezza di reazione, un’agilità dei processi mentali, una prontezza intuitiva e una presenza di spirito nel risolvere problemi e situazioni.
La scrittura veloce appartiene alla persona vivace, immediata, spontanea e esuberante, che non si attarda troppo a riflettere e passa rapidamente dall’idea all’azione. L’immediatezza nella decisione e nell’esecuzione permette di affrontare con sicurezza anche situazioni rischiose. Così Pinocchio riesce a scappare con Geppetto dalla bocca del pescecane «- Questo è il vero momento di scappare […]. Venite dunque, babbino, dietro a me e fra poco saremo salvi. – Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino» ma il Pesce-cane starnutì e li scaraventò di nuovo nel suo stomaco; Pinocchio non si perde d’animo «- Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura.- […] Pinocchio, sicurissimo del fatto suo, si gettò nell’acqua e cominciò a nuotare».[10] Chi possiede il segno Veloce ha agilità di membra e di incesso, può arrivare anche ad essere precipitoso, impulsivo, emotivo e irrequieto, è molto sbrigativo e orientato all’azione, mal sopporta tutto ciò che lo limita o rallenta. La calma può venire meno quando l’ambiente dovesse imporre remore od ostacoli. Così Pinocchio si rivolge al Grillo parlante: «- Bada, Grillaccio del mal’augurio!… se mi monta la bizza, guai a te! […] Pinocchio saltò su tutt’infuriato e preso di sul banco un martello di legno lo scagliò contro il Grillo-parlante».[11]
Ha insofferenza delle situazioni e dei propri limiti. Arrivato alla casa della Fata, bussa e «Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz’ora si aprì una finestra dell’ultimo piano […] e vide affacciarsi una grossa lumaca» che gli disse «– Aspettami costì, che ora scendo giù e ti apro subito.» Prontamente, la risposta di Pinocchio è un «– Spicciatevi, per carità, perché io muoio dal freddo.» Ma «[…] Intanto passò un’ora, ne passarono due, e la porta non si apriva […] suonò la mezzanotte: poi il tocco, poi le due dopo mezzanotte, e la porta era sempre chiusa. Allora Pinocchio, perduta la pazienza, afferrò con rabbia il battente della porta per bussare un colpo da far rintronare tutto il casamento» ma questo si trasformò in un’anguilla e gli sgusciò via dalle mani. Pinocchio sempre più insofferente dà un potentissimo calcio alla porta, ma rimane con il piede incastrato in essa e nonostante la sua mancanza di spirito di attesa, questa volta è costretto ad attendere fin «sul far del giorno, (quando) finalmente la porta si aprì […] ci aveva messo solamente nove ore».[12]
Altro segno della rapidità grafica legato però alla formazione della lettera è Dinamica, «segno modificante che fa parte del carattere dell’assalto per impulso endogeno all’azione e facilità nel risolverne i problemi».[13]
Si costituisce di due elementi: le forme letterali sono scheletriche e staccate con tratti recisi, rapidi e sfuggenti e i collegamenti tra lettere sono rapidi e semplici tratti a spirale,[14] inoltre le forme del modello scolastico vengono rese con originalità e personalizzazioni maggiormente essenziali. Il tracciare in modo efficace e semplice, in economia di spazio e tempo è indice di una personalità attiva e intuitiva e abile a semplificare e risolvere i problemi con soluzioni originali e funzionali alle situazioni concrete. Ha un intelligente sfruttamento dei mezzi nel raggiungimento degli scopi.
Così Pinocchio nella città degli Acchiappa-citrulli, quando per clemenza dell’Imperatore regnante vengono aperte le carceri e fatti uscire i malandrini, afferma: «Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io, […] – Voi no, rispose il carceriere, perché voi non siete del bel numero… – Domando scusa, replicò Pinocchio, sono un malandrino anch’io».[15]
La corsa di Pinocchio sfocia talvolta in un’eccessiva rapidità che diventa irrequietezza, mancanza di riflessione, carenza di autodominio nell’azione e nel pensiero, nei segni Slanciata e Impaziente, la forma si perde per dare spazio a un movimento che si fa incontrollato.
In Slanciata, in particolare, che è segno modificante facente parte del carattere dell’assalto per il modo istintivo dell’andare verso le cose, c’è uno stiramento orizzontale di alcune lettere che si assottigliano e si allungano con un andamento verso destra, diventando indecifrabili; inoltre i tratti finali di parola o tratti accessori di lettere (tagli delle t, accenti, virgole, puntini) vengono vistosamente lanciati nello spazio in un sottofondo scrittorio che è vivo ed espansivo.[16]
Ne esce un temperamento esuberante, generoso, ottimista, intraprendente con entusiasmo, impulsivo, che reagisce con slancio e spontaneità, aperto verso gli altri e l’ambiente. Intuitivo ma scarsamente riflessivo e quindi avventato, perché difficilmente ascolta i consigli degli altri. L’irriflessione e l’avventatezza si possono leggere in questo passo, in cui Pinocchio non sente ragioni e in piena notte si dirige al Campo dei miracoli:
Il segno Impaziente, invece, accidentale dell’assalto per impazienza e precipitazione, lo troviamo quando vengono omessi elementi letterali e/o accessori, le lettere non sono ben definite o incomplete, in un sottofondo scrittorio rapido ma irrequieto[2]. Chi scrive è spontaneo e immediato, vivace e iperattivo, trascura i particolari per la foga di fare e concludere in tempi brevi. È quindi irrequieto e nervoso, insofferente e irritabile, carente di pazienza e autocontrollo. Tende ad agire con eccessivo coinvolgimento. Ha smania di fare e finire presto, quanti “spicciati” e “sbrigati” e “voglio arrivare presto” e “al galoppo” troviamo nel testo: «Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente, sentendosi scappar via la pazienza, si rivolse a quelli che più lo tafanavano e si pigliavano gioco di lui».[3]
E in quante occasioni troviamo la mancanza di dominio di sé e un’eccitabilità incontrollata, Pinocchio a esempio che, con l’acquolina in bocca, non saprà resistere al richiamo del Paese de’ Balocchi.
Per tutte queste considerazioni e per la modalità di reazione agli stimoli, per la tendenza all’espansione, per la vivacità, per l’esuberanza e l’impulsività, si può concludere che Pinocchio possiede gli indici della rapidità grafica oltreché della primarietà.
Bibliografia
Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, illustrata da E. Mazzanti, Editore Felice Paggi, Firenze, 1883.
Girolamo Moretti, Il corpo umano dalla scrittura. Grafologia somatica, Edizioni Messaggero di Sant’Antonio, Padova, 2003.
Maria Luisa Ferrea, Segni come disegni. Un approccio alla grafologia attraverso le immagini dell’arte, Edizioni Magi, 2004.
Antonio Faeti, Gli amici ritrovati. Tra le righe dei grandi romanzi per ragazzi, Bur ragazzi, Milano, 2010.
Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Einaudi, Torino, 2014.
SOS in punta di penna. Scorgere le richieste di aiuto nelle scritture degli adolescenti
Dr.ssa Cristiana Dallari
Conoscere gli strumenti che aiutino a entrare in relazione con l’interiorità dei giovani in maniera delicata e profonda è da sempre l’aspirazione di chi è coinvolto nel difficile ruolo di genitore, educatore, insegnante.
Lo studio e l’osservazione della manoscrittura degli adolescenti offre una chiave di lettura per comprendere i ragazzi ribaltando il punto di osservazione: dai comportamenti più appariscenti e spesso stereotipati all’interiorità più nascosta. Poiché la scrittura manuale è un comportamento impregnato di grande espressività, essa diventa un mezzo per leggere tra le righe e per cogliere non tanto ciò che le parole dicono ma, soprattutto, quello che non dicono. L’incontro proposto intende guidare al riconoscimento di alcuni segnali di difficoltà evolutiva e fornire una comprensione e un sostegno più efficace a chi sta crescendo.
Cristiana Dallari è grafologa specializzata in consulenza per l’età evolutiva e in perizia grafica giudiziaria. Già docente presso il Master di Pedagogia ed Educazione del gesto grafico dell’Università di Urbino, è formatrice presso la Scuola Grafologica Morettiana di Verona, promotrice e curatrice di vari progetti per l’orientamento scolastico in istituti secondari di primo e di secondo grado.
SABATO 6 APRILE 2024
Parole riflesse: le emozioni nella scrittura. Curt Honroth e i simbolismi lessicali
Prof. Antonello Pizzi
Quelle “riflesse” sono parole che rivestono un significato emotivo particolare per lo scrivente e si notano nello scritto perché presentano delle sensibili differenze rispetto al contesto. Lo studioso che ha approfondito la ricerca su tali “parole stimolo” fu Curt Honroth (1898-1966). Grazie ad Antonello Pizzi – uno dei maggiori conoscitori dell’opera di Honroth – sarà possibile osservare i simbolismi e gli incidenti grafici o errati, causati da particolari situazioni emotive. Saranno inoltre portate alla luce le leggi della emozionalità nella scrittura grazie alle quali diventerà possibile comprendere come la defaillance scrittoria si integra con la defaillance linguistica.
Antonello Pizzi ha conseguito la laurea in Scienze politiche e una specializzazione in Selezione del personale presso l’Università Bocconi di Milano. Si è ulteriormente specializzato in Perizie grafiche presso l’Istituto di Indagini Psicologiche di Milano. È Visiting professor presso istituti europei e americani. Autore del libro Psicologia della Scrittura. Interpretazione grafologica di segni e tendenze del linguaggio scritto, Armando Editore, Roma 2007.
SABATO 11 MAGGIO 2024
L’arte della calligrafia giapponese. Shodō: la via della scrittura
Dr.ssa Francesca Coppo
Lo Shodō (letteralmente l’arte della scrittura) è un’arte calligrafica molto più complessa della semplice “bella scrittura” al punto da divenire un’espressione spirituale e meditativa. L’incontro proposto ci permetterà di conoscerne la raffinata simbologia e ci accompagnerà a conoscere gli strumenti e le tecniche che fanno di tale stile scrittorio uno strumento comunicativo unico ed elegante.
Francesca Coppo è laureata in Lingue, culture e società dell’Asia e dell’Africa mediterranea e ha studiato, in particolare, la lingua e alla scrittura giapponese. Il fascino della cultura, del pensiero e dell’arte nipponici l’ha portata a un viaggio in Giappone dove ha respirato e vissuto l’essenza di questo meraviglioso paese che l’ha avvicinata anche al mondo dell’illustrazione Anime e Manga (animazione e fumetto giapponese). Da tre anni frequenta la Scuola Internazionale di Comics di Padova.
Per quale motivo Padre Girolamo Moretti ebbe un legame così forte con la città di Verona? Scopriamolo insieme…
GIROLAMO MORETTI E VERONA
Padre Girolamo Moretti (1879-1963), fondatore della grafologia italiana, instaurò un legame molto forte con la città di Verona. Molte furono le personalità più o meno note della Verona del primo Novecento che lo accolsero con entusiasmo e profonda stima e che strinsero con lui una sincera amicizia.
Tra i primi da ricordare ci sono l’avvocato Ettore Sartori, il primo a cogliere la portata dell’opera di Moretti e a invitarlo nella città veneta per una conferenza sulla grafologia; il Presidente del Tribunale di Verona, che “sfidò” Moretti a riconoscere quale tra gli autori di due scritti potesse essere il responsabile di un omicidio a sangue freddo; Don Giuseppe Trecca, originale storico, architetto nonché curato di San Salvaro, che chiese a Moretti un curioso profilo grafologico inviandogli copia di un manoscritto antico; la famiglia Bertelè, conosciuta grazie ad una conferenza tenuta dallo stesso Moretti in qualità di relatore presso le Stimate.
Ma andiamo per ordine….tutto ebbe inizio quando l’avvocato Sartori scrisse una lettera a padre Moretti invitandolo a Verona a tenere una conferenza sulla grafologia.
La prima volta a Verona
Moretti fu a Verona per la prima volta nella prima metà del Novecento (tra il 1919 e il 1923): aveva accolto l’invito del presidente dell’Università Popolare di Verona, avvocato Ettore Sartori, che, senza averlo mai incontrato o conosciuto personalmente, gli scrisse una lettera chiedendogli la disponibilità a tenere una conferenza sulla grafologia – scienza allora agli albori in Italia – presso il Palazzo della Gran Guardia. Sartori, professionista noto e stimato, era l’allora presidente dell’Università Popolare ed era molto attivo nella valorizzazione del patrimonio artistico di Verona (suo fu il merito dell’apposizione della lapide di Salgàri sulla casa natale dell’Autore in Corso Porta Borsari nel 1959).
Moretti accolse volentieri l’invito dell’avvocato veronese. Possedeva del Sartori ”solo” la lettera d’invito e una cartolina dove erano stati riportati i dettagli organizzativi del convegno e in cui lo informava che lo avrebbe atteso in stazione: ciò gli bastava…o almeno così credeva. Preso il treno da Bologna, padre Moretti scoprì solo durante il viaggio che a Verona, allora come ora, c’erano due stazioni ferroviarie: Porta Nuova e Porta Vescovo. La cosa lo preoccupò perché non sapeva dove scendere: l’avvocato non glielo aveva precisato. Il caso volle, però, che a Mantova salisse il parroco di Felonica, con cui Moretti si intrattenne parlando di grafologia e informandolo che si stava recando a Verona. Venuto a sapere che il sacerdote sarebbe sceso alla prima delle due stazioni (Porta Nuova) e che il treno avrebbe fatto una sosta di quindici minuti, Moretti gli chiese di guardare se tra gli uomini presenti in stazione, in attesa dei viaggiatori, ve ne fosse uno che corrispondeva fisicamente alla descrizione che gli fece. Nel caso in cui nessuno fosse arrivato ad accoglierlo, Moretti avrebbe proseguito il suo viaggio sino alla stazione successiva. Questa richiesta lasciò basito il prete di Felonica, il quale, grazie proprio alla descrizione di Moretti, riuscì a individuare l’avvocato e a comunicargli che il padre chiamato per la conferenza di grafologia lo stava attendendo accanto al treno.
Lo stupore dell’avvocato Sartori fu tale che, dopo aver ricevuto con entusiasmo Moretti, con lo stesso entusiasmo richiamò presso il suo studio, in via Mazzini, alcuni suoi amici e colleghi che intrattennero padre Moretti con domande e con la richiesta di analisi grafologiche sino all’ora della conferenza .
Il convegno si tenne in una gremita sala del Palazzo della Gran Guardia che conteneva circa un migliaio di persone; tra il pubblico c’erano scienziati, filosofi, nobili e intellettuali della città. L’avvocato Sartori, dopo una breve presentazione, lasciò la parola a Moretti che parlò della sua grafologia coinvolgendo ed entusiasmando il folto pubblico.
La conferenza fu un successo, soprattutto dopo che l’oratore chiese che gli fossero portate scritture di persone note agli astanti ma a lui sconosciute: «ve le descriverò completamente nelle loro particolarità psichiche e somatiche», disse Moretti (Moretti, 1977, p. 94). L’avvocato Sartori gli fece avere, così, alcuni scritti: le analisi morettiane lasciarono tutti stupiti per i dettagli (anche somatici) che Moretti riuscì ad individuare e a mettere in luce dalle scritture: una delle grafie era quella dell’allora Sindaco di Verona; un’altra quella di Paola Lombroso, figlia del più celebre Cesare. Non deve stupire che Moretti sapesse individuare dalla scrittura le particolarità fisiche degli scriventi: egli è rimasto celebre proprio per la capacità di cogliere nel gesto grafico il movimento espressivo di un’unità psicosomatica.
Moretti alle Stimate – L’incontro con la famiglia Bertelè
Trascorso poco tempo dal suo primo incontro con la città scaligera, Moretti fu invitato nuovamente a Verona per una seconda conferenza che si tenne alle Stimate. La sala in cui fu ospitato era più contenuta di quella della Gran Guardia, benché avesse accolto comunque un gran numero di persone.
Tra queste vi erano anche le sorelle Iole e Dolores Bertelè che, dopo la conferenza, lo invitarono nella loro villa a Cerea. Moretti accettò volentieri e fu qui che conobbe il loro padre, Umberto Bertelè, la moglie Rachele i loro quattro figli maschi e una terza figlia, Icilia. Appena Umberto Bertelè seppe che Moretti aveva intenzione di pubblicare la terza edizione del Trattato, si offrì di anticipare le spese di pubblicazione con l’accordo che l’Autore gliele avrebbe restituite appena possibile.
Così, proprio grazie alla conferenza presso gli Stimatini di Verona, iniziò il rapporto di ammirazione, collaborazione e amicizia che tenne unito Bertelè al padre della grafologia italiana, il quale gli fu riconoscente al punto da definirlo il mecenate della sua grafologia (Moretti, 1977, p. 96).
Moretti ricorda con affetto il loro primo incontro, e rende noto che, visti i pochi ricavi dalla vendita della III edizione del Trattato, il signor Bertelé risolse ben presto l’accordo tra loro: «Al denaro che le ho dato per la terza edizione, uscita nel 1924, non pensi più. Gliene faccio dono per i suoi poveri» (Moretti, 1977, p. 96).
La generosità di Bertelè colpì a tal punto Moretti che mai la poté dimenticare: non solo Bertelè sostenne le spese di altre sue pubblicazioni ma lo aiutò economicamente anche ad affrontare le terapie per la malattia del padre.
Sono tanti i ricordi che Moretti conserva del suo rapporto con la famiglia Bertelé.
In uno dei periodi in cui la sua salute non era delle migliori (settembre 1940), Moretti così ricorda la cura durante la permanenza nella loro residenza e scrive: «Le affettuose attenzioni della cara famiglia Bertelè, il bosco di alberi resinosi e secolari che fanno anche a corona al giardino situato di fronte alla villa, l’aria salubre e il cibo ottimo mi rasserenano l’animo e con il caro Alfredo, ultimo nato dei sette figli e studente di medicina verso la quale l’avevo indirizzato, iniziai il lavoro per la sesta edizione. Una domenica mattina venne a Cerea da Verona Renzo Ambrosi uno dei miei discepoli che si era assunto l’incarico di segretario della nostra società La Psicografica» (Moretti, 1977, p. 137).
Il rapporto con Bertelè fu intenso sino alla morte del mecenate, avvenuta nel 1942: così il padre della grafologia italiana la ricorda, nella sua autobiografia, sin dall’arrivo del telegramma del figlio di Umberto, Alfredo Bertelè, che preannunciava le gravi condizioni del padre: «Il mio amico Mecenate era agli estremi. Mi misi subito in viaggio e quando arrivai era già morto, munito di tutti i conforti religiosi e serbando lucidità di mente fino all’ultimo giorno. La moglie, signora Rachele, e i sette figli erano a Verona. L’uomo giusto è andato a ricevere il premio del suo rigorosissimo talentuosismo sovente messo a dura prova. Veramente attaccato al dovere, non ha mai voluto aderire ai partiti, pur essendo un cittadino profondamente amante della pace. Molti anni addietro quando aveva i suoi figli così piccoli, assalito da briganti nella villa di Cerea, rubato, minacciato, con pericolo di essere assassinato, ha saputo perdonare, ma quasi essere in certo modo difensori nelle pendenze contraria, era sempre lui a cercare la conciliazione. Era tutto dedito alla famiglia […]. Il suo amore spiccato per la giustizia è stato di insegnamento ai figli che ne seguono le orme. La morte era da lui attesa, conscio com’era della propria fine. Il funerale fu un attestato di pubblica stima; i neri cavalli che trasportavano il feretro procedevano con incesso solenne e silenzioso, dando maggior risalto all’austerità della mesta cerimonia. Molta gente di Verona, non invitata, ha assistito alla Messa funebre e poi ha accompagnato la salma al cimitero. È stato un tributo inaspettato di rispettosa venerazione che commosse tutti […]. Pur sostenuto dalla fede, ho sentito molto la morte di questo amico di cui conserverò sempre il più caro ricordo» (Moretti, 1977, pp. 152-153).
Il legame che padre Moretti strinse con la famiglia Bertelè e, in particolare, col capofamiglia, assume un valore straordinario per la grafologia italiana. Umberto Bertelé rappresentò infatti per il padre della grafologia italiana una delle figure più significative non solo dal punto di vista umano ma anche grafologico perché la decisione di sostenere le spese delle pubblicazioni di molte sue opere, consentì a Moretti di passare alla storia come il padre della grafologia italiana.
Ben prima della morte di Bertelè, il nome di Moretti «era sulla bocca di migliaia di persone e [ricorda Moretti] quella città [gli] è stata sempre caramente devota. Dietro domanda di alcuni volenterosi, vi [aprì] una scuola di grafologia frequentata da 35 allievi, alcuni dei quali fecero ottima riuscita» (Moretti, 1977, p. 96).
Intanto l’avvocato Sartori gli fece conoscere il vecchio Presidente del Tribunale di Verona il quale, volendo verificare l’abilità grafologica di Moretti, gli mostrò due scritture chiedendogli quale dei due autori avrebbe potuto compiere un omicidio a sangue freddo e Moretti, naturalmente, lo individuò senza troppa difficoltà.
Passato qualche mese l’avvocato Sartori comunicò a Moretti che il Presidente della Corte d’Assise di Venezia lo aveva nominato perito ad honorem per tutti i tribunali del Veneto.
Un incontro particolare: don Giuseppe Trecca e il Veronese
In un capitolo della sua autobiografia Moretti condivide col lettore uno degli episodi più originali e curiosi legati al suo rapporto con la città di Verona: si tratta dell’originale richiesta che gli giunse, nel 1939, da don Giuseppe Trecca.
Don Trecca era il curato di San Salvaro, un piccolo borgo della provincia veronese, ma era anche storico, architetto e resta celebre a Verona, tra l’altro, perché operò attivamente affinché la chiesa di San Salvaro tornasse ai vecchi splendori.
Moretti ricevette da don Trecca la richiesta di fare l’analisi grafologica di una scrittura di qualche secolo prima, a cui aveva tolto la firma. Il curato aveva inviato a Moretti la fotografia del saggio grafico chiedendogli un profilo il più dettagliato possibile.
Dopo poco tempo Moretti restituì al Trecca il risultato dell’analisi nella quale diede anche delle indicazioni relative all’aspetto fisico dello scrivente: il Curato di San Salvaro, in risposta, il 23 giugno del 1939 scrisse a Moretti, informandolo sul chi fosse l’autore del manoscritto che aveva esaminato: «Paolo Caliari, scoperto, denudato, radiografato. Soddisfatto vi ringrazio. Anche la parte somatica è indovinatissima. Tradizione vuole che, nel quadro di Antonio Badile a San Nazaro, il giovane che offre le palma sia Paolo quattrodicenne, discepolo del pittore [Badile è noto come il maestro del Veronese]. Andai a verificare: è biondo. Il profilo preannuncia il ritratto che è nella Cena dell’Accademia di Venezia, dove si notano i capelli castani [il Trecca si riferisce alla Cena a casa di Levi, dipinto del Veronese conservato presso le gallerie dell’Accademia di Venezia]. Congratulazioni. Giuseppe Trecca» (Moretti, 1977, p. 130). Fa sorridere la chiosa con cui Moretti conclude il capitolo riservato a questo episodio: «Mi si perdoni la mia ignoranza. Non sapevo chi fosse Paolo Caliari e dovetti andare a consultare l’enciclopedia per apprendere che era nientemeno che il Veronese» (Moretti, 1977, p. 130).
Riferimenti bibliografici
Moretti G., Chi lo avrebbe mai pensato. Autobiografia, Curia Provinciale dei Frati Minori Conventuali, Ancona, 1977
Cristofanelli P., Girolamo Moretti. Profilo bio-bibliografico e metodo grafologico, Istituto Grafologico Internazionale Moretti, Urbino, Capponi Editore, 2021
Senatore Gondola V., Bolla M. (a cura di), Renzo Chiarelli, una vita per l’arte tra Toscana e Veneto, Atti del Convegno, Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona, Musei d’arte e Monumenti, Comune di Verona, Tipografia La Grafica, Verona, 2017
Moretti G., Analisi grafologiche, Studio grafologico S. Francesco delle Scale, Ancona, 1966
Analisi grafologica e analisi forense: una confusione che persiste
(di Claudia Ricci)
La confusione tra analisi grafologica e analisi forense della scrittura è un problema persistente e frustrante. È importante sottolineare che le due discipline, pur utilizzando la scrittura come oggetto di studio, hanno scopi e metodologie completamente differenti, ma che poggiano su un unico fondamento concettuale: sia l’analisi forense della scrittura che l’analisi grafologica si configurano come un processo di natura olistica e multifattoriale, questo significa che tengono conto di una serie di parametri interconnessi, che vanno ben oltre il semplice confronto formale tra lettere omologhe: ad esempio la velocità, la dimensione, l’inclinazione, la pressione, la fluidità. Questi, come tutti gli altri aspetti grafici, non possono essere analizzati come fenomeni isolati. Ignorare le loro relazioni può portare a conclusioni errate e a decisioni inefficaci. Inoltre, è importante ricordare che la scrittura è un processo dinamico che cambia nel tempo. Eventi esterni, età, stati d’animo e condizioni di salute possono influenzare il grafismo. Per questo motivo è fondamentale non basare le proprie conclusioni su un solo campione di scrittura, ma analizzarne diversi prodotti in momenti differenti attraverso un’analisi longitudinale. Detto questo osserviamo ora le differenze tra analisi grafologica e analisi forense della scrittura.
ANALISI GRAFOLOGICA
Scopo: esplorare le caratteristiche temperamentali e comportamentali; rilevare gli aspetti potenziali, caratteriali, relazionali e motivazionali; offrire spunti di riflessione e di conoscenza di sé;
Metodologia: analisi e interpretazione di parametri grafici nel contesto del tracciato grafico quale registrazione neurofisiologica;
Ambito di applicazione: privato per consulenze di orientamento, selezione del personale, crescita personale. Non ammessa in ambito forense.
ANALISI FORENSE DELLA SCRITTURA
Scopo: Accertare l’autenticità di un documento o identificare l’autore di una scrittura contestata.
Metodologia: Confronto di caratteristiche grafiche tra scritture di diversa provenienza con l’utilizzo di strumentazione di laboratorio. Il grafologo forense assume il ruolo di perito o consulente in un contesto giudiziario, fornendo un parere tecnico basato su un protocollo standardizzato riconosciuto da diversi anni dalla comunità scientifica internazionale, ma da sempre indicato dai nostri Autori della grafologia italiana.
Validità scientifica: Riconosciuta in ambito forense, può avere valenza di prova legale.
Ambito di applicazione: Indagini giudiziarie, perizie e consulenze su manoscritture quali firme, lettere anonime, testamenti e altri accertamenti di falso. L’obiettivo è di comparare la scrittura in esame con altri campioni di scrittura autografata dell’indagato, al fine di accertare l’autenticitào la falsità del documento.
Non sono ammesse relazioni con riferimenti alle qualità psichiche; quest’ultime non sono di competenza del grafologo forense che avrà cura, se necessario, di avvalersi della figura competente dopo averne chiesta autorizzazione al Giudice.
Perché la confusione persiste?
Mancanza di informazione e di conoscenza delle due discipline.
Termine “grafologia” usato genericamente per indicare sia l’analisi grafologica che quella forense.
Assenza di una normativa
Per concludere precisiamo che la scrittura è un fenomeno complesso e multiforme, influenzato da una serie di fattori individuali e contestuali. Per questa serie di ragioni non è possibile applicare alla sua analisi i rigorosi metodi statistici o meramente quantitativi, tipici di altre discipline scientifiche. Standardizzare le variabili in gioco risulta estremamente complesso, se non impossibile. Non esiste un campione di riferimento universale di scritture autografate con annesse informazioni complete e affidabili sulla personalità e le condotte degli scriventi. Ciò rende difficoltoso il confronto tra le caratteristiche grafiche di un caso in esame e quelle di un campione predefinito.
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